La Romagna è una terra storicamente votata all'agricoltura e l'agricoltura, come molte altre attività all'aperto era, ed è tutt'ora, soggetta alle avversità metereologiche. Così la tradizione contadina del passato voleva che gli ultimi tre giorni di febbraio e i primi tre di marzo le campagne si costellavano di fuochi, tenuti accesi per ore e ore da uomini che non sapevano più il perché di una pratica tramandata per secoli dai loro padri. Dicevano di "fare lume a marzo", o come si dice da queste parti, i "Lòm a Merz", per rischiarare, cioè la via a marzo, che avrebbe portato la primavera e invocare un'annata favorevole per il raccolto nei campi.
Il significato di questi falò propiziatori o fuochi magici era quello di bruciare l'inverno, e con esso tutti gli influssi e gli accadimenti negativi della passata stagione e nello stesso tempo, incoraggiare e salutare l'arrivo della bella stagione, bruciando i rami secchi e i sarmenti (i resti delle potature della vite).
Per questa occasione, ci si radunava nelle aie, si intonavano canti e si danzava intorno ai fuochi, mangiando, bevendo e soprattutto divertendosi.
La tradizione di fare "lòm a merz" si è protratta in Romagna fino agli anni '30, perdendo poi via via il suo carattere di festa dopo la guerra.
Per ripetere lontani gesti di una genuinità ormai smarrita e passare una serata in baracca, i Luppoli e il Circolo Arci ripropongono il fascino di un rito magico accendendo i "Lòm a Merz" a Villa Vezzano.
Come una volta attorno al fuoco si canta e si balla con il karaoke di "Fuoco nel Fuoco". Sulle braci vengono cotte sapientemente da Pipetta e Marco salsiccia, costole e pancetta.
Non manca la succulenta polenta al ragù preparata da Sante.
Il tutto è annaffiato da Sangiovese di Romagna Doc e dal Vino Brulè di Ciccio e del Presidente.
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